giovedì 17 giugno 2010

Chi va con lo Zoppo... ascolta 'A.D. 2010 La Buona Novella - Opera apocrifa', il nuovo album della PFM

La chiave sta nel sottotitolo: “opera apocrifa”. Non è per ironia che la PFM ha definito così il suo progetto di rivisitazione della "Buona Novella": nel corso degli anni la scrittura di Fabrizio De André ha accresciuto la sua autorevolezza e la sua dignità poetica, tanto da sfiorare la dimensione del “sacro”. Se – come ricorda Riccardo Storti nel suo recente studio - Faber nel 1970 si avvicinava con attenzione e curiosità ai Vangeli Apocrifi per darne una lettura in sintonia con la propria visione dell’uomo, la Premiata segue un percorso parallelo, alla luce della propria storia, influente quanto quella di Faber nel campo del rock italiano.

L’indubbio bagaglio di esperienza e sensibilità, la capacità di vivere lo studio con la grinta del concerto, il saper valorizzare tutte le opportunità espressive della tradizione progressive: quando De André è riletto da PFM, è fuori discussione la marcia in più, quel “pacco di suono” vivo e pulsante. Per la loro "Buona novella" Di Cioccio, Mussida e Djivas hanno lavorato con lo spirito della celebre tournée del 1979, mettendo al centro l’interpretazione: alle atmosfere scarne e evocative dell’album di Faber, suonato dai giovanissimi Quelli e incentrato sulla voce e sull’impareggiabile “intonazione della parola” (per citare il produttore Gianpiero Reverberi), PFM risponde con un sound spumeggiante e policromatico, sia nei passaggi obbligati che nei venti minuti di musica inedita e nella consueta improvvisazione.

Bastano le prime battute del preludio "Universo e terra" o la piccola suite "L’infanzia di Maria" per capire che non è protagonista un eccessivo rigore filologico bensì un’autentica riscrittura, complici anche Lucio Fabbri (violino) e Gianluca Tagliavini (tastiere). Alla poesia visionaria di De André, alla sua penna colta e densa di rimandi letterari, il rock targato PFM risponde con cavalcate, voli, sterzate, scatti, impennate e divagazioni che ricordano "Stati di immaginazione". Non è fuori luogo il paragone con il precedente album in studio: se in quel caso la PFM aveva nei video uno spunto per lanciare il suo “immaginifico” art-rock, qui è la narrazione a fare da linea-guida per le architetture della band.

"Il ritorno di Giuseppe" e la grandeur del finale "Laudate Hominem" (con una vaga citazione di "Promenade The Puzzle" in chiusura) sono un ottimo spaccato dell’operazione: un fuoco rock cangiante e intenso, con qualche debolezza vocale ma mai irrispettoso dell’opera originale e particolarmente acceso in "Maria nella bottega del falegname" e "Il testamento di Tito", divenuti ormai due evergreen della stessa PFM.

http://www.pfmpfm.it

(Recensione apparsa su: http://www.movimentiprog.net/modules.php?op=modload&name=Recensioni&file=view&id=3204)

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