giovedì 4 novembre 2010

Chi va con lo Zoppo... ascolta 'The Heavy Soul Sessions', il nuovo album dei Djam Karet

Il quindicesimo album. E' una sensazione strana scriverlo, soprattutto quando gli autori sono i Djam Karet, una formazione di culto che in quasi trent'anni di carriera raramente ha commesso passi falsi o ha sbagliato obiettivo. Merito di una profonda conoscenza di se stessi, delle proprie capacità strumentali, delle alchimie misteriose che si celano negli equilibri di ogni gruppo: elementi necessari e imprescindibili quando si propone una composizione estemporanea e collettiva.

Per "The Heavy Soul Sessions" si notano subito un paio di cose: il leader Gayle Ellett è passato completamente alle tastiere, lasciando le responsabilità chitarristiche alla nuova coppia Mike Henderson e Mike Murray; qui troviamo la prima cover realizzata dai DK, "Dedicated to K.C." di Richard Pinhas, il"Fripp francese", leader della storica band degli Heldon. Resta ferma l'inclinazione centrale dei DK, ovvero il live in studio senza overdubs e ritocchi di qualsiasi genere, ma stavolta con un approccio nuovo: dopo alcuni concerti in USA e Francia, la band ha voluto ripetere in studio la scaletta di quei live. Dunque non una radicale improvvisazione ma l'elaborazione - indubbiamente libera e "aerea" - delle sensazioni di un preciso live sul palco.

Il risultato è ottimo, in completo stile DK: art-rock che sa essere minaccioso ed etereo, aggressivo e poetico, benchè gli spunti imprevedibili e spiazzanti del passato siano fisiologicamente ridotti. D'altronde dopo una carriera così lunga il gruppo parte con il pilota automatico e un incipit così secco e immediato come "Hungry ghost" marca l'intero album, diverso da "Recollection harvest". Quell'ultimo disco risaliva al 2005: in questo lustro Ellett ha lavorato al progetto acustico Fernwood ma nulla di questa esperienza penetra nelle strette e vulcaniche tessiture del DK sound. "The red theated sexy beast" sviluppa un riffone heavy sconfinando nella psichedelia, "The packing house" alterna atmosfere enigmatiche e sottili alle tipiche costruzioni crimsoniane; non mancano gli episodi elettronici ("Consider figure three") e le camaleontiche escursioni progressive come "The gipsy and the hegemon".

Trovare novità sensazionali o deviazioni significative rispetto a quanto già proposto in tanti anni è impossibile: i DK hanno una solida cifra stilistica, un contenuto e una personalità estremamente definiti nonostante la disponibilità "aleatoria" dovuta all'elemento improvvisativo. Se da una parte è giunto finalmente il momento di "celebrare" un chitarrista come Mike Henderson, mai così fluviale come in questo album, è anche doveroso attendere ai DK una svolta sostanziale e qualche novità in più. In ogni caso, anche "The heavy soul sessions" è un disco importante.

http://www.djamkaret.com

(Recensione apparsa su: http://www.movimentiprog.net/modules.php?op=modload&name=Recensioni&file=view&id=3319)

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