venerdì 7 gennaio 2011

Chi va con lo Zoppo... ascolta 'The Waiting Room', il nuovo disco degli Ukab Maerd

Nomen omen, dicevano i latini. Se il nome è presagio, se dal nome possiamo intuire le caratteristiche principali di un fenomeno, allora non c'è nulla di meglio che Ukab Maerd per esprimere il mondo surreale, misterioso e tenebroso di un incubo abitato dai Baku. Baku è un'entità tipica della cultura indonesiana che abita i peggiori sogni e ne alimenta le atmosfere più macabre e raccapriccianti. "A night for Baku" era il titolo di un formidabile album del 2003 dei Djam Karet, nel quale la storica band provava a interpretare lo spirito più autentico del mondo onirico. A distanza di sette anni da quell'album, Gayle Ellett e Chuck Oken jr. tornano ai Baku per un progetto elettronico, e quel "Baku Dream" viene capovolto in Ukab Maerd, per sottolineare ancora una volta il dominio del sogno, nel quale si sfugge a tutte le regole della razionalità.

L'elettronica di Ukab Maerd è la perfetta colonna sonora di un viaggio onirico senza inizio e senza fine, una sequenza di fermo-immagini da brivido, provenienti da un immaginario excursus nel pieno di un incubo. Ukab Maerd arriva in un momento speciale per il mondo Djam Karet: la band madre sta rarefacendo le uscite (l'ultima "The Heavy Soul Sessions" è la rielaborazione in studio di alcuni recenti live), Ellett è passato alle tastiere mentre il nuovo arrivato Murray affianca Henderson, a sua volta autore di un eccellente debutto folk-rock. "The waiting room" torna all'origine della migliore elettronica europea, abbeverandosi alla fonte dei primi Tangerine Dream e di Klaus Schulze, i primissimi Kraftwerk con un ospite di lusso: Richard Pinhas degli Heldon partecipa con la ricostruzione di alcuni loops chitarristici.

Quattro sterminati excursus strumentali nei quali Gayle e Chuck utilizzano un arsenale di synth analogici, pungenti linee percussive e visionari effetti di chitarre. Su tutti, "White light, no heat" è il pezzo che meglio sintetizza l'anima del progetto: impianto minimalista con accumulazione ciclica di cellule sonore, un lontano ma evidente sapore melodico e in generale un'atmosfera ombrosa e plumbea.

Isolata la componente ambient/elettronica dei Djam Karet, Ukab Maerd ne propone un approfondimento ipnotico e angosciante. Per pochi, ma davvero intrigante.

http://www.myspace.com/ukabmaerd


(Recensione apparsa su: http://www.movimentiprog.net/modules.php?op=modload&name=Recensioni&file=view&id=3356)

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