sabato 22 ottobre 2011

Chi va con lo Zoppo... ascolta 'Pineda', il nuovo album dei PINEDA

Avete presente Moltheni? Ecco, dimenticatelo. Umberto Giardini ha accantonato il suo percorso da cantautore per tornare all'amata batteria nel trio Pineda. Con lui il pianista Floriano Bocchino e Marco Marzo, che conosciamo per la sua militanza nell'Accordo dei Contrari. Non c'è dunque canzone d'autore nell'album del trio ma una scelta netta, decisa, sicura in favore di un rock-jazz dal sapore psichedelico, meno articolato e strutturato rispetto a quello dell'Accordo, memore dei lunghi e ipnotici excursus alla Soft Machine e traspostato nella modernità dei vari Tortoise e Don Caballero.

Per Umberto la svolta non è così sorprendente: già da tempo aveva manifestato una disaffezione verso l'ambiente indie/alternative italiano ma nell'economia del trio la postazione più decisiva è quella dei due colleghi e del produttore/collaboratore Antonio "Cooper" Copertino. Pineda è un organismo che pulsa umori, sapori e reminiscenze che fino a qualche anno fa sarebbero state celate, e che invece oggi emergono in tutta la loro influenza. Pensiamo al mood iterativo dei Can, al jazz trasfigurato degli Embryo, alle più pungenti atmosfere di Canterbury, alla lezione di Reich e Riley (es. il loop sommerso che apre "If God exists"), interpretate con un'attitudine free e con attenzione all'aggiornamento del linguaggio operato in sede post rock ("Human behaviour").

"Give me some well-dressed freedom" apre il disco come il miglior manifesto possibile: insistente, fluido, penetrante. Il trio sa anche scatenare tempeste elettriche alla maniera dei Kinski ("Twelve universes"), opera con suoni analogici in un contesto scheletrico, essenziale, dominato da chitarra elettrica e piano rhodes utilizzati in un'efficace chiave espressiva come emerge da "Touch me", che recupera persino certo mood eccitante alla Santana annata 1973 e "Lost in your arms", che rivela l'amore per Doors e Pink Floyd.

Cellule che si espandono e avvolgono l'ascoltatore, per un'opera per nulla innovativa ma assai piacevole. Un disco sorprendente se ascoltato pensando a Moltheni, non così stravagante sapendo che dietro l'angolo c'è la grande progressive-fusion dell'Accordo dei Contrari.

(Recensione apparsa su: http://www.movimentiprog.net/modules.php?op=modload&name=Recensioni&file=view&id=3468)

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