mercoledì 2 novembre 2011

Chi va con lo Zoppo... ascolta 'Glue Works', il nuovo album dei GOSTA BERLINGS SAGA

Durante i tempi d'oro della discografia e del rock era possibile assistere alla crescita di un artista: seguire passo dopo passo l'evoluzione di un progetto, di un obiettivo da raggiungere insieme alla casa discografica che, nella maggior parte dei casi, fungeva da palestra, da allenatore, da sostenitore. Con tutti i difetti di major e indie dell'epoca aurea, gruppi come Led Zeppelin e Yes o artisti italiani come Lucio Battisti e Area vennero fuori proprio grazie a queste dinamiche, complici molti direttori artistici caparbi, con il fiuto eccellente.

Oggi invece questa crescita è praticamente impossibile, se non nel circuito indipendente e di nicchia. In questo ambiente è facile che una formazione come i Gosta Berlings Saga possa esprimersi liberamente con un album d'esordio, migliorare con il successivo e ambire alla consacrazione - perlomeno quella della critica - con un'etichetta prestigiosa. La band svedese, dopo due ottimi album con Trabsustans, approda all'autorevole Cuneiform con "Glue works", terzo e probabilmente miglior disco della sua storia. Messo sapientemente nelle mani dell'ex Anglagard Matthias Olsson, produttore nonchè quinto membro, "Glue works" è un omaggio alle combinazioni molecolari e alle attrazioni di polarità che rendono possibile la musica dei GBS.

Tra post rock e progressive, tra Mogwai e Van Der Graaf per intenderci, il quartetto svedese è tra i più interessanti ensemble strumentali degli ultimi anni: anche se lontani dai brillanti risultati dei Djam Karet - tanto per citare un nome caro alla scuderia di Fegenbaum - i GBS del terzo lp colpiscono e intrigano. Il merito va a un rock sinistro, spigoloso e tagliente, mai autoreferenziale: pezzi del calibro di "354" e "Sorterargatan" esplorano con ispirazione ambienti tra i King Crimson del 1974 e i Sigur Ros. L'atmosfera algida di "Icosahedron", "Waves" e il misterioso minimalismo di "Gliese 581g" rimandano a colleghi dei primi anni '90 come Landberk e Anekdoten, ma la direzione è spesso più fragorosa, come accade nella travolgente esplosione di "Island".

Uno dei migliori dischi dell'anno per una band che, senza essere straordinariamente innovativa o originale, sa interpretare con gusto e intelligenza il rock strumentale.

(Recensione apparsa su: http://www.movimentiprog.net/modules.php?op=modload&name=Recensioni&file=view&id=3477)

Nessun commento:

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...