mercoledì 30 maggio 2012

Chi va con lo Zoppo... ascolta 'Battle Scars', il nuovo album dei Galahad

Galahad. Un nome del genere non può non risvegliare sopite passioni nei prog lovers che videro nella band inglese - come in Marillion, Twelfth Night e IQ - la speranza per un ritorno in grande stile della tradizione prog britannica. Attivi dalla seconda metà degli anni '80, i Galahad debuttarono nel 1991 con "Nothing is written": grunge e stoner erano ai nastri di partenza, il metal prog era pronto per affermarsi, i paladini della prima new prog wave avevano terminato un ciclo creativo e la band si proponeva dunque come anello di congiunzione tra il prog degli '80 e la decade seguente.

A vent'anni di distanza dal debutto, a cinque anni di distanza dal controverso “Empires never last”, i Galahad tornano con "Battle scars", un lavoro che incuriosisce soprattutto per la veste grafica, con un suggestivo collage di foto a corredo dei brani. La line-up è quella attiva dalla seconda metà degli anni '90, con il chitarrista Roy Keyworth e il vocalist Stu Nicholson della vecchia guardia. Spicca Karl Groom dei Threshold come produttore ma "Battle Scars" non è certo un lavoro di metal-prog: i Galahad hanno fortemente voluto il lavoro della maturità ma non hanno saputo eliminare alcuni nei.

Il risultato è un disco di new prog ruvido e ampio, con attenzione alla rifinitura, al dettaglio sonoro, alle scariche rock e al manto di suoni, seguendo quanto fanno Pineapple Thief o gli attuali Anathema. I tempi lunghi e ariosi della title-track, le pulsazioni elettroniche di "Singularity", il groove cadenzato di "Suspended animations": questi i momenti più significativi di un lavoro indubbiamente aggiornato nella veste, un po' attempato nella concezione, con il grande difetto di non avere un "centro di gravità permanente".

Il problema è proprio l'indecisione di fondo: new prog o alternative-rock? I Galahad non danno una risposta chiara, in alcuni momenti fondono le due istanze ma rischiano di alienarsi le simpatie dei progsters più esigenti e di non raggiungere un pubblico più ampio. Il rifacimento "sinfo-metalloso" di "Sleepers", risalente al 1995, va proprio in tale direzione. Un lavoro ben fatto, ma interlocutorio.


(Recensione apparsa su: http://www.movimentiprog.net/modules.php?op=modload&name=Recensioni&file=view&id=3574)

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