venerdì 20 dicembre 2013

Chi va con lo Zoppo... legge Molecole n. 48: Terje Nordgarden, Julie's Haircut, Carlo Lomanto Trio

Probabilmente Iacampo non lo avrei mai sentito neanche nominare, se non fosse stato per Terje Nordgarden. L'idea di aprire il suo nuovo album Dieci con una versione elettrizzante e intensa di Non è la California - scritta, per l'appunto, da Marco Iacampo - mi ha svoltato, nell'ordine: puntata in radio, buchi tra una cosa e l'altra al pc da riempire con un pezzo al volo, colonna sonora di un lungo viaggio in auto con modalità repeat a tutto spiano, consiglio per moglie a caccia di pezzi emozionanti. Al di là del felice attacco d'apertura, l'idea tutta del disco - saggiamente prodotto da Cesare Basile - è vincente: prendete un norvegese innamorato dell'Italia, trasferitosi qui ma un pizzico dubbioso e riservato, quanto basta per non fargli perdere l'accento, e dategli alcuni tra i più bei pezzi del mondo indie degli ultimi anni. Risultato eccellente: Basile, Donà, Parente, Benvegnù e anche il compianto Claudio Rocchi, tutti in fila, ricantati e risuonati con classe e intelligenza.

Intermezzo pissichedelico assai. Talmente pissichedelico che da intermezzo è diventato un macigno inamovibile nelle mie recenti playlist, addirittura un convitato di pietra nell'immancabile top 20 di fine anno. E dire che ai primi ascolti ero rimasto un po' perplesso, non ricordo quante volte mi sono chiesto se i Julie's Haircut si fossero davvero spostati troppo in avanti, e la risposta è arrivata a mo' di monetina tintinnante dell'I Ching. Ashram Equinox, mi ha detto l'oracolo sondandomi gli abissi tremolanti e impauriti da tale excursus lisergico, è un signor disco: lascia a bocca aperta il fan medio dell'alternative/indie italiano che lo ha ascoltato perchè certe cose si devono fare sennò XL piange, scatena sorrisi a profusione nei vecchi tromboni come il sottoscritto che di Can, Tangerine Dream, Motorpsycho e Kinski si nutrono quotidianamente. E' lontano il cut & paste dal sapore jazz-rock alla Teo Macero di After dark, my sweet, la band srotola una bobina vintage e si diverte con sinfonie elettroniche, rallentamenti, echi e riverberi degni del biennio 67-69. Eccellente.

Carlo Lomanto intitola il suo nuovo lp Dreams ma non ha l'inflessione nordeuropea che fa sognante agrodolce ed esotico al contrario, non gioca con sfasature acide da paradisi artificiali e rimette al centro la musica. Nuda e cruda. Un paio d'anni fa una bella e limpida rilettura del miglior patrimonio beatlesiano, ora un passo in avanti tra rifacimenti e inediti: il vocalist napoletano - che stavolta si destreggia anche tra synth e chitarre - immagina un territorio di frontiera, una duty free area in cui jazz, rock, pop e ricerca possano convivere pacificamente. Con Giulio Martino (sax) e Giuseppe La Pusata (batteria), Lomanto propone un art-jazz che si affranca dai vincoli della cover (Peter Gabriel, Bobby McFerrin, Horace Silver e Steve Kuhn gli omaggiati) e mostra un profilo postmoderno, sfuggente, sinuoso, per niente gigionesco e poco partenopeo. Red Ground e Dreams accennano, alludono e sbirciano, eppure la dicono lunga sulla preparazione e la credibilità dell'autore. Affascinante.

D.Z.

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