mercoledì 19 marzo 2014

Chi va con lo Zoppo... legge MOLECOLE n. 49: Loop Therapy, Three Eyes Left, Head Project Trio

Santa Sangre & Holy Loop. Adoro i vortici sonori, quelle rotazioni perenni che sprofondano nella ciclicità. Quella staticità apparente che solo alla fine, quando sei lì deliziato dal torpore, scopri in tutto il suo costante cambiamento. Chi mi conosce sa bene quanta devozione abbia per le band che azzeccano subito il nome: quando ho letto Loop Therapy ho pensato che questi ragazzi mi vogliono bene. Anche se Opera Prima (Irma Records) non è proprio nelle mie corde. Debutto che mi ha ricordato quel fugace innamoramento che ebbi anni e anni fa con CRX dei Casino Royale: paragone forse non fuori luogo, visto che la band elabora e sperimenta con cellule sonore di varia estrazione, dal jazz tra Davis e Truffaz all’elettronica, dal nu-r&b a certa neopsichedelia. Non impazzisco per la componente rap e gli sconfinamenti chill-out, ma il debutto è messo a fuoco e persino convincente.

A proposito di visioni circolari, ricordo che un vecchio amico che, a corto di sostanze, si riduceva a fissare per ore le spirali del video di Windows Media Player. Avesse conosciuto all’epoca i Three Eyes Left, avrebbe avuto un valido surrogato. La danse macabre è il classico titolo figo della Go Down Records, etichetta di punta del movimento heavy-psych internazionale: il trio fa sul serio e sfodera un gioiellino di doom mantrico e devozionale, dove allucinogeni e devozione, stati alterati di coscienza e itinerari spirituali sono tutt’uno. Passo pesante di mammut, riff dilatati secondo l’infallibile scuola Black Sabbath-Saint Vitus-Electric Wizard, segno della croce e sconfinati abissi elettrici.

L’amico di cui sopra amava anche declamare Mexico City Blues di Kerouac battendo il tacco e immaginando Charlie Parker strafatto accanto a lui. Quando il jazz è nel pieno di un trip a caccia di altri mondi. E’ tutto un fatto di testa: sarà anche per questo che il nuovo trio Tommasone-Natale-Varavallo si chiama Head Project. Sigle magiche come ECM e EST nel cuore, un’idea di jazz come percorso evocativo più che adesione al canone, un album d’esordio sofisticato e rarefatto. Rispetto ai due dischi menzionati sopra, Head Project Trio (Ed. Zona) suggerisce, sussurra e lumeggia: tra Scandinavia e Mediterraneo, tra lirismo vecchia – e nobile – scuola alla Bill Evans e spinte moderniste. Tra eterni ritorni e deja vu. Prezioso.

D.z.

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